A Pantelleria il colonialismo è una “bella storia”!

alfano-hotÈ di pochi giorni fa la notizia che la stazione dei carabinieri di Pantelleria è stata intitolata al Maresciallo Antonino Siragusa, insignito della medaglia di bronzo per decreto regio nel 1922, per le azioni da lui condotte quattro anni prima, nel 1918. Ospite speciale della cerimonia il ministro dell’Interno, a cui si sono affiancati i vertici del corpo dei carabinieri, tra i quali il Comandante generale dell’arma. Nomi di grandi calibro, perché il nome di Antonino Siragusa muove qualcosa nelle coscienze patriottiche. Il suo merito? L’aver respinto le forze ribelli durante un’azione militare nell’oasi di El Gemil (attuale Jumayl). Il luogo si trova infatti nella Libia nord-occidentale, a 10 chilometri a ovest di Zuwara, da dove oggi partono i barconi colmi di migranti diretti verso le coste italiane. In un sol colpo tocchiamo tre momenti storici distinti (1918, 1922 e 2016) in cui l’Italia mostra di avere particolarmente a cuore quanto accade in quella zona.

Secondo le parole contenute nel decreto:

attaccato da preponderanti forze ribelli, [Siragusa] concorreva prima efficacemente a respingere l’attacco con i propri dipendenti, poi si offriva di recarsi da solo a ricevere ed accompagnare un convoglio di munizioni attraverso terreno fortemente battuto da fuoco nemico, spingendosi più volte fin sulla linea delle truppe, per assicurare il rifornimento delle munizioni

Queste stesse parole sono state prese in prestito da sua maestà e incise pari pari sulla lapide commemorativa della caserma di Pantelleria affissa lunedì 26, senza alcun ulteriore commento. Nulla che ricordi, ad esempio, che nel corso degli anni la Libia è diventata uno stato indipendente anche grazie a quei ribelli contro cui Siragusa ha agito, e che quindi la loro ribellione è da ritenersi oggi più che legittima. Ma la memoria, si sa, è legata al momento che si sta attraversando, quindi questi particolari devono essere taciuti proprio perché è da anni che si cerca di avere un controllo europeo su quei territori, intervenendo con guerre (non solo nel 2011, ma anche oggi), offrendo servizi di addestramento della guardia costiera libica per bloccare i barconi e intervenendo attivamente nella politica di questo stato. Peraltro questo controllo sul territorio libico stenta a decollare, ora come allora e i ripetuti tentativi italiani costano parecchio sangue.

Le forze “ribelli” a cui il testo si riferisce in maniera alquanto fumosa sono quelle della resistenza libica che per anni hanno combattuto contro il colonialismo italiano. Gli stessi ribelli con cui ha combattuto Omar al-Mukhtār, di cui abbiamo parlato svariate volte negli appuntamenti di Resistenze in Cirenaica, sottolineando come la guerra partigiana vada connessa con quella di coloro che nelle colonie hanno reagito alle violenze dell’esercito italiano.

Vale la pena sottolineare che le azioni di Siragusa non furono compiute durante il ventennio, ma in epoca liberale, a ricordarci che nella storia italiana nessun epoca è innocente: il colonialismo non fu un’esperienza appannaggio esclusiva del fascismo, ma è un elemento che connota tutta la storia d’Italia. La data del 1922 è indicativa in un altro senso: è l’anno in cui inizia una nuova campagna in Tripolitania e quindi rendere onore alle azioni dei militari che operarono in quella zona era anche un modo per invogliare le persone ad arruolarsi. Chissà che effetto si vuole ottenere con questa nuova targa?

Rispetto ad Antonino Siragusa, il Ministro dell’Interno scrive (su Facebook): «La sua storia è una bella storia perché non c’è nulla di più bello che servire il nostro paese». E aggiunge: «La memoria è, anche qui, il tema ricorrente, un filo sottile e imprescindibile. A Pantelleria, infatti, i Carabinieri rappresentano appieno un pezzo della memoria di questi luoghi e, quindi, un pezzo di futuro». Affermazioni vaghe, che non dicono nulla sull’azione che è valsa una medaglia a Siragusa.  Nelle dichiarazioni del Ministro, infatti, è come se un carabiniere valesse l’altro, come se il senso di quella targa prescindesse dalle effettive azioni compiute da Siragusa. Invece il punto è proprio questo: si è scelto di ricordare una persona precisa per un evento specifico della sua vita. Non un carabiniere qualsiasi, non una memoria qualsiasi, ma un’azione militare avvenuta in Tripolitania nell’ambito di una guerra coloniale.

Insomma, le guerre coloniali rimangono qualcosa da tenere sotto traccia nelle dichiarazioni pubbliche, guai a nominarla. Però le allusioni devono rimanere per rinfocolare l’orgoglio nazionale. E così la targa è stata affissa in un luogo preciso (un’isola di fronte alle coste africane), in un momento storico ben preciso, di forte ingerenza sullo stato libico e su altri stati africani (si veda non solo il caso libico, ma anche i processi di Rabat e Kharthoum), ricordandoci che oggi “lottare per la patria”, vuol dire presidiare i confini, avere il controllo sugli stati africani, governare la vita di coloro che riescono ad approdare in Italia.

Ed è per questo che per il governo italiano il passato coloniale italiano diventa una “bella storia”.

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