In ricordo di Francesco Sabatucci

Nell’anniversario della Liberazione di Bologna e in questa strana settimana del 25 aprile, che per la prima volta non ci porterà a festeggiare per le strade, vogliamo comunque ricordare le protagoniste e i protagonisti di quei terribili ed epici giorni con una serie di storie e di reading come se fossimo là fuori assieme a tutte e tutti voi. Immaginatelo come un trekking urbano onirico. Partiamo con il testo di Valerio Monteventi su Francesco Sabatucci a cui è dedicata una delle vie della Cirenaica.

“In ricordo di Francesco Sabatucci” di Valerio Monteventi sulle musiche in creative commons dei Nine Inch Nails tratte dagli album Ghosts VI e Ghosts V.

Se, per caso, un giorno vi è successo di chiamare il centralino del Centro di Accoglienza “Beltrame”, può darsi che vi sia capitato di sentir rispondere dall’altra parte del telefono “pronto Sabatucci…”

“Mi sa dire dove sta il dormitorio Sabatucci?”, è una domanda a cui non potete essere sfuggiti se, dalle parti della Cirenaica o nei paraggi della stazione della Veneta, avete incrociato qualcuno trascinare stancamente uno zaino o una valigia, insieme a tutta la gravosa pesantezza della propria esistenza.

Del resto, Sabatucci è pure il nome della strada che costeggia la ferrovia che porta i treni alla stazione Centrale e sfocia come un affluente in quella via Paolo Fabbri resa famosa da una canzone di Guccini.

Se il cognome è in qualche modo di dominio pubblico, è molto più difficile trovare qualcuno che conosca la sua storia, quella di un giovane partigiano bolognese che si chiamava Francesco ma che, nei giorni della Resistenza, si portava appresso due nomi di battaglia: “Cirillo” e “Franco”. Francesco era uno di quei ragazzi “tosti e giusti”, uno di quei giovani cavalieri dell’ideale che sacrificarono, da antifascisti, la loro vita per la libertà e per la giustizia sociale. 

Il suo assassinio avvenne per mano dei fascisti in un’imboscata a Padova il 19 dicembre 1944.

Raccontando la sua storia, rivolgiamo un pensiero agli altri partigiani, caduti durante la lotta di liberazione, che hanno dato il nome a molte delle strade rione Cirenaica. 

Molti di queste ragazze e di questi ragazzi non erano diversi dai loro coetanei, ma loro non ebbero il tempo di diventare adulti. Scelsero di imbracciare le armi per combattere i soprusi e le angherie di una dittatura che durava da più di vent’anni.

Sabatucci, nato a Bologna nel 1921, era di famiglia antifascista. I suoi genitori, con enormi sacrifici, erano riusciti a mandarlo a scuola. Dopo il liceo, seguendo il padre Umberto che per lavoro si era trasferito a Roma, si iscrisse alla Facoltà di Magistero nella capitale. 

Nel marzo del 1941 fu chiamato alle armi e frequentò la scuola allievi ufficiali di cavalleria a Pinerolo, dove venne promosso sottotenente di complemento nel Battaglione San Marco del Reggimento corazzato Lancieri di Vittorio Emanuele II°. 

Mandato in Dalmazia, a Ragusa, gli venne affidato il comando di una formazione di carri armati… quei “mostriciattoli d’acciaio”, come lui li chiamava, che con il rumore dei loro cingoli sull’acciottolato delle strade emettevano un suono che sin da subito risultò sinistro per le sue orecchie. 

L’8 settembre 1943 Francesco si trovava a Spalato, in Jugoslavia. 

In una sua lettera alla madre Maria Vanzini traspare tutto il suo travaglio che contrastava con l’entusiasmo di tanti che, in quel momento, avevano la speranza che la guerra fosse finita: «Quando la sera dell’8 settembre seppi che l’Italia aveva firmato l’armistizio con gli anglo-americani, la prosa equivoca del comunicato mi fece subito capire che il nostro nemico sarebbe stato automaticamente l’esercito tedesco. La mia umiliazione di italiano fu ancora più cocente giacché la notizia mi fu portata da Nava, un’inflessibile partigiana comunista che, pur comprendendo appieno il mio dolore, non mi volle risparmiare la frecciata: “tocca ora a voi italiani soffrire quello che noi jugoslavi abbiamo sofferto nel 1941”».

Ai soldati del suo plotone che esultavano per la fine del conflitto disse: «La parte più dura della guerra per noi comincerà stanotte. Siamo tagliati fuori dalla nostra terra. Tutti dimenticheranno la nostra presenza in questi luoghi bagnati dal sangue di tanti nostri compagni».

Sabatucci si rifiutò di consegnare le armi ai tedeschi e, spostatosi a Dubrovnik, il 12 settembre li combatté fino all’ordine di resa. 

Francesco venne fatto prigioniero, ma, mentre lo stavano trasportando in Germania, riuscì a fuggire dal treno.

Saltato da uno dei carri del convoglio incrociò uno strano tipo che, secondo il ragazzo fuggitivo doveva essere, per forza di cose, un partigiano. Quell’incontro salutare venne descritto in un’altra lettera in questo modo: 

«Cercando di non dar nell’occhio, mi avvicinai a lui ed entrai subito in discorso come scherzando: “Ci sono partigiani nelle vicinanze”… Come se avessi detto chissà quale eresia mi fissò intensamente, poi lentamente si guardò intorno e con indifferenza, quasi parlasse tra sé e sé, mi rispose: “Ce ne sono molti… dappertutto qui intorno… Se vuoi, non è difficile trovare chi ti porterà dai partigiani”.

Io guardai oltre i campi di granturco… sentivo che quella era la volta buona».

Sabatucci si unì alle brigate partigiane jugoslave come istruttore e comandante di un reparto di carristi. Rimase a combattere con le formazioni titine fino a quando, nel novembre del 1943, riuscì a raggiungere l’Italia. Appena arrivato, si mise subito in contatto con i combattenti che, nelle province di Bologna e di Reggio Emilia, si stavano organizzando contro i tedeschi e i fascisti. 

Tra la fine del ’43 e l’inizio del 1944 i comandi della Resistenza emiliana decisero di diminuire drasticamente il numero delle bande partigiane che operavano nell’Appennino. Le condizioni ambientali e geografiche delle montagne bolognesi non erano ritenute tra le più idonee per lo sviluppo della guerriglia. Erano sprovviste di boschi e le tante vie di comunicazione tra i vari paesi  avrebbero consentito rappresaglie troppo facili. Inoltre, in quei territori, la popolazione era ancora succube del fascismo. Dopo l’8 settembre non c’erano state reazioni significative, l’antifascismo era ancora molto debole e i tentativi per organizzare nuove basi erano quasi tutti finiti nel nulla.

Tra l’organizzazione clandestina del Partito comunista bolognese e quella padovana si stipulò quindi un accordo dove venne deciso che un centinaio di giovani partigiani sarebbe partito da Bologna per trasferirsi nelle Prealpi bellunesi. Dopo una “lunga marcia”, piena di pericoli e difficoltà, questi ribelli andarono costituire il primo nucleo della Divisione “Nannetti”, che combatté fino alla Liberazione nelle valli del Mis e di Mesazzo e poi nel Vajont e sull’Altipiano del Cansiglio.

La strana migrazione venne organizzata segretamente e per piccoli gruppi e si trattò del più massiccio trasferimento di uomini armati avvenuto nella Resistenza italiana 

Anche Francesco Sabatucci partì e, il 28 maggio 1944, si aggregò al distaccamento partigiano “Tollot” che operava sul Col Visentin. Dopo qualche settimana si trasferì nell’alto trevigiano dove era attiva la Brigata Garibaldi “Mazzini”. Qui prese il nome di battaglia “Cirillo” e dopo qualche tempo divenne il comandante della brigata.

Fu in questa veste che portò a termine un’azione clamorosa: il 15 luglio del 1944, con soli sette uomini, “Cirillo” diede l’assalto a un importante avamposto nazifascista, facendo saltare un viadotto ferroviario al Ponte della Priula, una località del Trevigiano presso Susegana. Si trattava di un obiettivo strategico e militare, più volte bombardato senza risultati dall’aviazione alleata. Sabatucci, insieme ai suoi uomini, disarmò e catturò i soldati cecoslovacchi di guardia, per poi minare e far esplodere il ponte.

In seguito a questa azione, fu nominato comandante di battaglione e, nelle settimane successive, fu protagonista in numerosi episodi che culminarono nella conquista e nel controllo dei comuni della zona a nord del Piave.

Alla fine dell’estate del 1944 ci furono violentissimi rastrellamenti da parte dei tedeschi e dei fascisti della Guardia Nazionale Repubblicana sull’altopiano del Cansiglio, nella zona delle prealpi Bellunesi. Molti partigiani furono catturati e altri furono costretti a costituirsi in seguito dell’arresto intimidatorio dei loro parenti più stretti. Gli antifascisti furono subito interrogati e torturati, ma la maggior parte di loro resistette alle percosse e alle sevizie. Ad aspettarli c’erano i lager nazisti in Germania.

Il 1º settembre la Brigata “Mazzini” fu costretta a ripiegare a Guia e a Miane con l’intento di portarsi sul Pian del Cansiglio per evitare l’aggiramento da parte del nemico. 

Dopo cinque giorni di estenuanti combattimenti, esponendosi a rischi enormi e dimostrando un coraggio eccezionale, il comandante “Cirillo” riuscì a far uscire la brigata dalla sacca ed a riunirsi il giorno successivo con la Brigata “Tolot” a Pian de le Fermere e poi sul vicino Monte Pezza con le brigate “Piave”, “Mestre”, “Casagrande” e “Gandin”. Sabatucci, mantenendo in collegamento i singoli gruppi, guidò la ritirata e lo sganciamento di circa 800 partigiani.

Portate in salvo le formazioni combattenti, si trasferì a Treviso dove, per miracolo, sfuggì più volte alla cattura. I tedeschi e i fascisti lo stavano cercando ossessivamente, era il loro obiettivo numero uno.

Sempre più popolare e stimato tra i partigiani, “Cirillo” venne incaricato, nel settembre ’44, dal commissario politico della Brigata “Nannetti” di affrontare un caso piuttosto spinoso.

Nei mesi precedenti Sabatucci non solo si era distinto per le imprese militari, anche con il suo rigore morale aveva lasciato il segno. 

In una sorta di manuale per il lavoro politico che aveva redatto di suo pugno aveva scritto: “La disciplina e l’autodisciplina sono la chiave che ci permetterà di essere domani la garanzia che la nostra lotta non è stata inutile”.

Così, quando lo chiamarono per neutralizzare la cosiddetta “banda del Min” che, nel Cansiglio, affiancando i partigiani, compiva furti e rapine, con modalità che contrastavano con i valori della Resistenza, non ci pensò due volte a intervenire. E, dopo il processo e la condanna, fu proprio lui a eseguire la sentenza di morte contro i due colpevoli. Le sue convinzioni in questi casi erano ferree: “i traditori vanno colpiti sempre e ovunque, in ogni maniera, senza inutili pietà, senza lasciar loro la possibilità di fare danni irreparabili”.

A metà del mese di novembre  del 1944 il Comando regionale delle brigate “Garibaldi” lo mise a capo della Brigata Garibaldi “Padova”, assegnandogli anche l’incarico di riorganizzare le brigate partigiane operanti nel Veneto.

Nella “città del Santo” la situazione per la Brigata Garibaldi si era fatta ardua a causa dei rastrellamenti dei tedeschi e delle Brigate Nere. Inoltre, il proclama del generale Alexander del 13 novembre aveva prodotto disorientamento e sfiducia tra le forze della Resistenza. 

Sabatucci si insediò il 27 novembre, qualche giorno prima, a causa di una spiata, tutto il gruppo dirigente della brigata era stato arrestato e i suoi componenti erano stati consegnati ai torturatori della famigerata “Banda Carità”. Furono percossi e seviziati per giorni, ma i nazifascisti non riuscirono a strappare nessuna confessione.

“Cirillo”, per camuffarsi dalla fama che lo stava accompagnando ormai in tutto il Veneto, nel frattempo, era diventato “Franco”. Col nuovo nome di battaglia si mise subito al lavoro per riorganizzare la brigata “Garibaldi”, cercando di creare le condizioni per una nuova offensiva generale per il mese di gennaio del ’45. 

L’esperienza di quasi sedici mesi di lotta partigiana lo aveva reso un combattente lucido e scrupoloso. Ci teneva molto alla solidità organizzativa della brigata. Di fronte alla feroce offensiva del nemico non si poteva scherzare o essere superficiali. 

“Franco” metteva molta attenzione al rapporto con la popolazione, soprattutto quella contadina, che rischiava di allontanarsi dai partigiani per paura delle rappresaglie nazi-fasciste che seguivano ad ogni azione della Resistenza.

Nell’appello clandestino ai garibaldini della Brigata Padova scriveva:

“I miei sono consigli da compagno esperto e vorrei che fossero presi in considerazione giacché sono passati al vaglio di molti errori e molte lotte. Errori e lotte superate con la grande fede nella futura libertà dei popoli e in particolare del nostro popolo che deve mettersi alle spalle 22 anni di oppressione.

Nelle formazioni partigiane italiane si dimentica molto spesso o almeno si trascura il lavoro politico che potrebbe essere invece alla base di tutta l’organizzazione insurrezionale.

Moltissimi partigiani arrestati dai nazi-fascisti rinnegano con una leggerezza spaventosa il loro lavoro precedente, passando addirittura anima e corpo al servizio del nemico contro i compagni coi quali hanno lottato fino a poche ore prima. Tradiscono compiutamente con informazioni preziose, molte volte con una spontaneità inconcepibile, prima ancora che siano messi in opera gli strumenti veri della tortura che non mancano in nessun comando tedesco o fascista. 

Ma il terrore convince solo i pavidi. I coraggiosi, le persone mosse da un ideale alto e giusto, non si piegano, non si lasciano fermare dalla paura. 

I partigiani migliori devono far comprendere, con il proprio esempio, il significato della lotta. 

Il patriota deve avere disciplina, coscienza di lotta, fede nell’ideale di libertà e abitudine al rischio

La Resistenza è la lotta decisiva per la libertà degli italiani, nella quale bisogna impegnarsi direttamente, in prima persona, senza risparmio, lottando senza tregua.

La Resistenza deve essere affrontata con coraggio, anche a costo della vita”. 

Francesco Sabatucci non fece in tempo a vedere realizzato il suo progetto.

Il destino era in agguato. Fu proprio la paura a spingere un ex partigiano a tradire il suo comandante. 

Si trattava di Cesare Broggin che, arrestato dalla banda del maggiore Mario Carità, durante la retata di fine novembre, tradì “Franco” e lo attirò in un falso appuntamento.

Il 19 dicembre 1944, un gruppo di fascisti si appostò nei pressi di Prato della Valle, in attesa di Sabatucci. I sicari di Carità lo aspettarono, insieme a Bordin, accanto al palazzo Esedra.

Le carogne nere lo fermarono e, mentre lo stavano conducendo verso un altro topo di fogna, che aspettava nascosto dietro a un’edicola nelle vicinanze, “Franco” si divincolò e iniziò a correre. 

Dopo un brevissimo inseguimento, uno gli sparò con la pistola, poi subito dopo furono gli altri a far fuoco con i mitra.

“Franco” cadde colpito da almeno trenta colpi. 

Due partigiani che avrebbero dovuto incontrarsi con Sabatucci e lo stavano aspettando davanti a palazzo Esedra, assistettero impotenti all’arresto, alla fuga e al suo assassinio. 

Videro “Franco” cadere e morire in maniera coraggiosa, senza paura e senza angoscia. 

Si salvarono grazie a lui, al suo gesto generoso ed eroico: infatti, per non farli scoprire, scappò in direzione opposta alla loro. 

Udirono i colpi di mitra e si allontanarono in maniera ordinata e prudente, come previsto dalle regole della clandestinità. 

Il giorno dopo, il 20 dicembre sul quotidiano “Il Gazzettino”, alcuni tipografi amici dei partigiani riuscirono a inserire sulla pagina dei necrologi due annunci.

Il primo diceva:

“Il 19 dicembre cadeva colpito vilmente alla schiena da piombo nemico

Francesco Sabatucci, eroe purissimo

I compagni, fieri nel dolore, giurano di vendicarlo”

Il secondo:

“ 20 dicembre 1944 – I compagni comunisti e partigiani riescono a commemorare in pieno regime di terrore, su un giornale fascista e con fierissime parole, la memoria di Francesco Sabatucci, eroe nazionale della nuova Italia”.

Dopo poche ore i gerarchi si accorsero degli messaggi e il giornale venne ritirato, ma il dileggio degli antifascisti, pur ricordando un episodio triste e doloroso, era stato veramente eccezionale.

Da quel giorno la Brigata “Padova” divenne Brigata Garibaldi “Sabatucci”, e a lui fu assegnata, postuma, la medaglia d’oro al valor militare. 

La straordinarietà di Francesco sta anche nella lettera che qualche tempo dopo ricevette la sua fidanzata Mimma.

Forse quando tu leggerai queste righe io non ci sarò più. 

Eppure mai mi sono accinto a scrivere qualcosa con tanta tranquillità e serenità come oggi.

E’ la prima volta che prendo in considerazione la possibilità di una mia morte violenta.

Mimma cara ti ho adorata solo come tu sai. 

Tu, con la grandezza del tuo amore, hai saputo fare di me un altro uomo.

Non concepivo un affetto duraturo, non credevo nell’amore per sempre di una donna… E tu mi hai trasformato in tutto.

Mai un’adorazione per una donna è stata così completa e sincera come la mia.

Tu sai con quanta decisione ho sempre tentato di realizzare i miei ideali, senza mai lesinare nell’offerta di tutto me stesso. 

La nostra vita è troppo povera cosa se non è sostenuta efficacemente da un’idea seguita fino in fondo.

Sono morto bene, stanne certa, dando tutto fino all’ultimo attimo… Senza temerla quella morte.

Aveva 23 anni Francesco, era un ragazzo che sentiva il bisogno di correre… di correre forte… verso quella libertà che ci voleva regalare. 

A quella sua corsa noi non possiamo restare indifferenti ed è proprio dal suo ricordo che dobbiamo sentirci esortati, spronati dall’impegno di batterci con tutte le nostre forze per impedire che fascisti e razzisti riprendano di nuovo il sopravvento. 

Non sarà facile, ma ce la possiamo fare.

Lo dobbiamo a “Cirillo” e a tutti quei ragazzi e quelle ragazze che, caduti nella lotta di Liberazione, non ebbero il tempo e la fortuna di rimanere giovani. 

E che le parole di Francesco ci servano da spinta: “Il terrore può essere vinto soltanto da una fede ferrea e ben radicata nell’animo di ciascuno di noi e dalla coscienza della lotta giusta che si sta combattendo… Non dimentichiamo che la porta della libertà si apre soltanto a chi sa cosa significa questa parola prodigiosa…”.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Paolo Bruni ha detto:

    Grazie per questo ricordo di Francesco.
    Paolo Bruni, figlio di Anna Maria Sabatucci

    Piace a 1 persona

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