Una fascia tricolore (e uscimmo a riveder le stelle…)


Un minuto di video. Tanto è bastato per scatenare il circo mediatico e risvegliare la bestia nazionalista. Nella civilissima Merano, nel civilissimo 2025, la neoeletta sindaca Katharina Zeller riceve la fascia tricolore dall’ex primo cittadino, Dario Dal Medico, che gliela infila a forza. Lei la indossa per pochi secondi, se la sfila e la appoggia sul tavolo davanti a sé. E si scatena la tempesta di fango.


La piccola scena diventa un caso politico. Titoli indignati, leoni da tastiera, commenti lividi sul rispetto dovuto al sacro simbolo dell’unità nazionale, raccolte firme per ottenerne le dimissioni immediate. Ma nessuno si ferma a guardare davvero il video. Nessuno nota il dettaglio più banale e più violento: un uomo che impone un gesto fisico e simbolico a una donna. E la macchina si mette in moto: puntuale, feroce, come sempre.


Il gesto del “passaggio della fascia” non è neutro. È un piccolo rituale di potere, una coreografia. E in quella coreografia, Zeller ha infranto le regole. Non ha interpretato il ruolo previsto per lei. Ha disatteso il copione.

Non ci interessa difendere Zeller sul piano personale né il partito che rappresenta. Ma quella scena parla da sé. E non parla di lei. Parla di noi. Di un paese in cui si può sfilare con i fasci littori e continuare a essere candidabili, o ricoprire cariche istituzionali; dove si può inveire contro i più deboli o tifare per le peggiori canaglie e ricevere applausi; dove si muore di confini nel silenzio generale — ma se una donna alza le spalle davanti a un simbolo che altrove è dato per scontato, ma che in Sudtirolo ha molti significati, sensi e implicazioni, allora sì, si grida allo scandalo.


La prima marcia fascista non fu quella su Roma. Fu quella su Bolzano, il 1° ottobre 1922, quando duemila squadristi armati occuparono la città con il beneplacito dello Stato. Bastoni, manganelli, inni nazionali, tricolori ovunque e violenza contro chi non si inchinava. Una prova generale: tre settimane dopo, toccò alla capitale.


Da lì partì l’italianizzazione forzata del Sudtirolo. Via i nomi tedeschi, chiuse le scuole in lingua madre, imposti monumenti, piazze, busti, simboli. Il tricolore divenne marchio di conquista, appeso ovunque: ai balconi, nei tribunali, sui confini, perfino nelle coscienze. Chi non si piegava era “anti-italiano”.


A Bolzano, Merano, Bressanone, Brunico, ecc… le minoranze di lingua tedesca furono brutalizzate e italianizzate a forza: nomi, toponimi, scuole, strade. Il tricolore come museruola.
E oggi, a cent’anni di distanza, basta un gesto — una donna che si sfila quella fascia dal collo — per riattivare la stessa logica: un simbolo imposto, un corpo che deve obbedire, una punizione per chi devia.


Non è questione di bandiere. È questione di potere. Di controllo sui corpi. Di chi impone e di chi si piega. Di chi domina la scena e di chi, sottraendosi al copione, viene subito marchiato.
Una fascia può essere solo un pezzo di stoffa. Ma può diventare una corda al collo, se ti viene stretta con forza. E allora no, non parliamo di “rispetto per le istituzioni”. Parliamo dell’eterno bisogno di rimettere le donne al loro posto. Di farle rientrare nei ranghi. Di zittirle con un simbolo, come si zittisce una studentessa con un manganello durante un corteo: senza bisogno di urlare, basta il gesto.


La scena è lì, nuda e brutale: un uomo impone, una donna si sottrae: una coreografia mancata. E il sistema — quel sistema — va nel panico.
Il problema non è la fascia.
 Il problema è chi ha il potere di stringerla.


Eine Trikolore-Schärpe (Und so kommt in Kürze der Augenblick, in dem wir hinausgehen und die Sterne wiedersehen können)

Ein einminütiges Video. So wenig hat gereicht, um den Medienzirkus zu entfachen und das nationalistische Biest zu wecken. Im zivilisierten Meran, im zivilisierten Jahr 2025, erhält die neu gewählte Bürgermeisterin Katharina Zeller die italienische Trikolore-Schärpe vom scheidenden Bürgermeister Dario Dal Medico – der sie ihr mit Nachdruck umlegt. Sie trägt sie nur wenige Sekunden, nimmt sie ab und legt sie vor sich auf den Tisch. Und der Schmutzsturm bricht los.

Die kleine Szene wird zum Politikum. Empörte Schlagzeilen, Tastaturhelden, hasserfüllte Kommentare über den gebührenden Respekt vor dem heiligen Symbol der nationalen Einheit, Unterschriftensammlungen für ihren sofortigen Rücktritt. Doch niemand schaut sich das Video wirklich an. Niemand bemerkt das banalste und zugleich gewalttätigste Detail: ein Mann, der einer Frau eine physische und symbolische Geste aufzwingt. Und die Maschinerie kommt in Gang: pünktlich, gnadenlos, wie immer.

Die Geste der „Schärpenübergabe“ ist nicht neutral. Sie ist ein kleines Machtritual, eine Choreografie. Und in dieser Choreografie hat Zeller die Regeln gebrochen. Sie hat die ihr zugedachte Rolle nicht gespielt. Sie hat das Drehbuch missachtet.

Es geht uns nicht darum, Zeller persönlich oder ihre Partei zu verteidigen. Aber diese Szene spricht für sich. Und sie spricht nicht über sie. Sie spricht über uns. Über ein Land, in dem man mit faschistischen Symbolen marschieren und dennoch kandidieren oder ein Amt bekleiden kann; in dem man gegen die Schwächsten hetzen oder den schlimmsten Schurken zujubeln und dafür Applaus bekommen kann; in dem man an Grenzen stirbt – und alle schweigen. Aber wenn eine Frau mit den Schultern zuckt vor einem Symbol, das anderswo selbstverständlich ist, im Südtirol aber viele Bedeutungen, Sinne und Implikationen hat – dann ja, dann schreit man auf.

Der erste faschistische Marsch war nicht der auf Rom. Es war der auf Bozen, am 1. Oktober 1922, als zweitausend bewaffnete Schwarzhemden die Stadt mit Billigung des Staates besetzten. Knüppel, Schlagstöcke, Nationalhymnen, überall Trikoloren und Gewalt gegen alle, die sich nicht beugten. Eine Generalprobe: Drei Wochen später war die Hauptstadt an der Reihe.

Von dort begann die erzwungene Italianisierung Südtirols. Deutsche Namen verschwanden, Schulen in Muttersprache wurden geschlossen, Denkmäler, Plätze, Büsten, Symbole aufgezwungen. Die Trikolore wurde zum Eroberungszeichen, überall aufgehängt: auf Balkonen, in Gerichtssälen, an Grenzen, sogar in den Köpfen. Wer sich nicht beugte, war „anti-italienisch“.

In Bozen, Meran, Brixen, Bruneck usw. wurden die deutschsprachigen Minderheiten brutal unterdrückt und zwangsitalienisiert: Namen, Ortsbezeichnungen, Schulen, Straßen. Die Trikolore als Maulkorb.
Und heute, hundert Jahre später, reicht eine Geste – eine Frau, die sich die Schärpe vom Hals nimmt –, um die gleiche Logik zu reaktivieren: ein Symbol wird aufgezwungen, ein Körper muss gehorchen, eine Bestrafung folgt für die Abweichung.

Es geht nicht um Fahnen. Es geht um Macht. Um Kontrolle über Körper. Um diejenigen, die aufzwingen, und diejenigen, die sich beugen. Um die, die die Szene beherrschen, und die, die, indem sie sich dem Drehbuch entziehen, sofort gebrandmarkt werden.
Eine Schärpe kann nur ein Stück Stoff sein. Aber sie kann sich in ein Seil um den Hals verwandeln, wenn man sie dir mit Gewalt anlegt. Und dann reden wir nicht von „Respekt vor den Institutionen“. Dann reden wir vom ewigen Bedürfnis, Frauen auf ihren Platz zurückzuverweisen. Sie in die Reihen zurückzuzwingen. Sie mit einem Symbol zum Schweigen zu bringen, so wie man eine Schülerin mit einem Schlagstock bei einer Demo zum Schweigen bringt: Man muss nicht schreien, es reicht die Geste.

Die Szene ist da, nackt und brutal: Ein Mann zwingt, eine Frau entzieht sich: eine misslungene Choreografie. Und das System – dieses System – gerät in Panik.
Das Problem ist nicht die Schärpe.
Das Problem ist, wer die Macht hat, sie enger zu ziehen.

3 risposte a “Una fascia tricolore (e uscimmo a riveder le stelle…)”

  1. Avatar Michelle Salvat.
    Michelle Salvat.

    Non credo che, da parte del sindaco uscente (che non brilla per intelligenza), si tratti di un’imposizione del maschile sul femminile o solo in minima parte. Piuttosto del gesto di stizza di un candidato sconfitto nettamente al ballottaggio con più di 15 punti percentuali di differenza.

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  2. Avatar Sigmund Kripp
    Sigmund Kripp

    Danke für diesen Beitrag!

    Er tut gut in dieser Aufregung!

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  3. Avatar veronika dapra
    veronika dapra

    Danke für diesen Beitrag

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  1. Avatar di Michelle Salvat. Michelle Salvat. ha detto:

    Non credo che, da parte del sindaco uscente (che non brilla per intelligenza), si tratti di un’imposizione del maschile sul femminile o solo in minima parte. Piuttosto del gesto di stizza di un candidato sconfitto nettamente al ballottaggio con più di 15 punti percentuali di differenza.

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  2. Avatar di Sigmund Kripp Sigmund Kripp ha detto:

    Danke für diesen Beitrag!

    Er tut gut in dieser Aufregung!

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  3. Avatar di veronika dapra veronika dapra ha detto:

    Danke für diesen Beitrag

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