Il cervello dei comunisti

Ci siamo ritrovate in questi giorni a dedicare il tempo del restauro a due monumenti più recenti delle targhe della Resistenza. La chiamiamo Nuova Resistenza, è il ricordo dell’impegno dei compagni uccisi negli anni Settanta dalla violenza neofascista e in molti casi da quella dello stato. Ci sono parecchie lapidi a Milano dedicate a loro, anche un bellissimo monumento in piazza Santo Stefano.

Aprile è un mese delicato, bisogna trattarlo con i guanti. Sboccia la vita ma il vento soffia forte, è l’inverno che ancora non ha abbandonato le forze e non vuole saperne di consegnare il futuro al vigore del tempo nuovo.

Nell’aprile del 1975 il passaggio tra il vecchio e il nuovo è stato uno scontro drammatico, le forze in campo erano enormi e l’esercito dei neofascisti assoldati dall’MSI metteva in campo tutta la sua violenza contro una società in rivolta ed essa a sua volta si ribellava a uno stato di cose che sembrava rimettere la reazione nuovamente al potere rendendo vani gli anni di ricostruzione democratica e le lotte per la dignità delle masse proletarie e oppresse cominciate dopo la Resistenza del ’45.

Noi non eravamo ancora nate, troviamo i natali da lì a pochi anni ma è una storia vicina, queste narrazioni sono dietro l’angolo e se le vai a cercare si trovano ancora facilmente i testimoni di quegli avvenimenti.

Montato il trabattello in corso XXII Marzo, cominciamo a lavare la lapide dedicata alla memoria di Giannino Zibecchi con dei bagni di acqua demineralizzata. Acqua e spazzola, la giusta morbidezza. Ci si presenta sempre con gentilezza.

“Qualcuno ha cercato di pulire questa lapide ma che spazzola ha usato? La lapide è tutta graffiata!”

“Sì, in effetti… Ma vedrai che dopo il consolidante tutti questi graffi si vedranno molto meno e dal marciapiede non si vedranno proprio.”

Giannino Zibecchi è stato travolto da una camionetta dei carabinieri lanciata in mezzo alla folla per disperdere i manifestanti dopo ore di assalto da parte dei compagni alla sede dell’MSI di via Mancini, a un passo dall’omicidio. Erano parecchie ore che il corteo spontaneo di quella mattina dopo aver raggiunto il luogo da cui partivano gli ordini e le scorribande fasciste stava dando battaglia alla colonna di blindati della polizia a protezione della sede. Il tempo aveva dato modo a giornalisti e fotografi di tutte le testate più importanti di arrivare sul posto e di posizionarsi nei punti migliori per seguire i fatti. Cronache e fotografie che hanno aiutato a ricostruire la dinamica dell’incidente e di smentire immediatamente la versione della polizia, la delirante versione di un sasso che ha colpito l’autista che svenuto ha investito Zibecchi. Il sasso del proiettile destinato a Carlo Giuliani, le camionette che investono i manifestanti di Genova, i fascisti che uccidono Varalli il giorno precedente al corteo antifascista di via Mancini con un colpo alla nuca, di spalle, mentre scappa. Non importa se scappa, un colpo alla nuca vuol dire una cosa sola. Ricordi che si mischiano ma non sono ricordi, non c’eravamo nemmeno, è una lezione di storia a cielo aperto, a ferite ancora pulsanti, la constatazione del vedere compagni che muoiono attraverso il tempo sempre allo stesso modo.

“Ma … sotto c’è il rosso? Ragazzi! Ma vi ricordate se su questa lapide l’epigrafe era rossa prima del nero?

“No, è sempre stata così … Ragazzi, voi vi ricordate se era rossa la scritta?”

“No, no, era così.”

“Ah si? Dateci altri dieci minuti che vi smentiamo completamente.”

ONORE AL COMPAGNO GIANNINO ZIBECCHI

CADUTO PARTIGIANO DELLA NUOVA RESISTENZA

17 4 1975

COORDINAMENTO COMITATI ANTIFASCISTI

“Era tutta scritta in rosso, compagni!”

“Ma pensa te … e chi si ricordava più? Ma chi l’aveva pulita? Era stato il Roberto? Eh, quello ci va sempre giù pesante.”

“Sì, anche con la spazzola di ferro, va’ che righe che ha fatto! Ma adesso le facciamo sparire.”

“Oh, ma che si fa con ‘sta storia?”

“Eh niente, cerca un colorificio che andiamo a prendere il rosso.”

“Raga, pausa di dieci minuti, andiamo al colorificio. Se era rossa tanto vale rifarla rossa, come tutte le altre del resto… Arriviamo!”

Quando torniamo Giannino è disteso per terra, i pantaloni sono strappati su un gluteo, si vede la pelle. Il corpo è accartocciato, dalla testa parte una scia di sangue denso. Il cervello è a più di due metri di distanza, esattamente sotto la lapide, giù dal marciapiede. Un poliziotto fa la guardia. Fucile in mano, dita sul grilletto, fa la guardia al cervello di un comunista. Non sappiamo se è lui la stessa guardia che lo ha schiacciato col piede poco prima dicendo le famose parole non pensavo che il cervello di un comunista fosse così grosso. La stampa di movimento ritornerà spesso su questa frase indecente partita da un esponente del corpo di polizia che si è appena macchiato di un crimine legalizzato quale è la legittimità dell’uso della forza per il mantenimento dell’ordine pubblico.

Di quel giorno ricordo distintamente i carabinieri che ci sparavano addosso dalla caserma di via Fiamma…”

Arrivo in testa al corteo appena in tempo per vedere la coda dei servizi d’ordine che entrano in via Mancini. Poi si sente una lunga serie di botti delle molotov…”

A un certo punto mi sono ritrovato come un pirla, nel fumo dei lacrimogeni, abbracciato a un semaforo, con questi giganteschi camion militari lanciati a tutta velocità, che mi sfioravano…

Entriamo uniti intonando slogan – facendoci scudo con un’auto in folle – la celere concentra il tiro sui finestrini della macchina che scoppiano in mille pezzi (…) Scappano sparandoci lacrimogeni e gli ultimi proiettili.”

La legge Reale è del mese successivo. Una legge per sancire la legittimità della violenza da parte dello Stato. Cile? Argentina? No Milano, 1975, poco prima della Milano da Bere, delle fashion week e dei quartieri riqualificati dai magnaccia del cemento.

Roberto era lì anche lui, non quello che c’è andato giù pesante con la lapide, un altro Roberto che ci racconta quei secondi e quei millimetri che lo hanno salvato dalla camionetta che avrebbe potuto colpire anche lui.

“Sono arrivati da piazza V Giornate, andavano forte, a cinquanta all’ora, poi hanno girato e sono tornate indietro, qui davanti sono saliti sul marciapiede per investire i manifestanti che stavano scappando, e siccome lì c’è il palo dell’orologio, ha sterzato per non andarci contro e Giannino è andato sotto, anche io sono caduto, ho visto qualcuno che ci finiva sotto. All’inizio non ce ne siamo accorti, mi dicevano tutto bene, dai, è passata ma io dicevo ma no, guarda che lo ha preso, lo ha preso!”

Il traffico sparisce, gli allarmi si chetano, i tram non passano più. In un momento tutto diventa silenzio. Le macchine del tempo esistono. Farsi trasportare indietro nel tempo è un viaggio che costa fatica e alle volte rende incomprensibile il presente.

***

Le foto d’epoca sono tratte dal volume di presentazione di 15 manifesti dal titolo Vivere a Milano di Aldo Bonasia, con un testo di Nanni Balestrini e una registrazione di Daniela Turriccia, stampato dalle edizioni CSAPP di Milano nel 1976

Le citazioni sono prese da MiM Milano in Movimento

Rizomi: Varalli e ZibecchiPagherete caro InsorgenzeRAM

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