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Questa mattina, poco dopo le sei, una parte del Palazzo di Giustizia di Bolzano è crollata. Un quarto dell’edificio (l’aula della Corte d’appello, due aule di udienza, le cancellerie) si è riversato sull’ingresso monumentale e sulla scalinata. Per un caso fortuito, solo una persona è rimasta lievemente ferita. Nel giro di poche ore sono comparsi centinaia di commenti, interpretazioni, sentenze.
Noi preferiamo fare una cosa sempre più rara: attendere gli accertamenti — la Procura ha già aperto un’inchiesta per crollo colposo — e nel frattempo percorrere alcune riflessioni.
Non abbiamo le competenze per stabilire cause e responsabilità. Ci limitiamo, per ora, a un’osservazione.
A Bolzano esiste da anni un edificio pubblico che versa in condizioni ben più allarmanti del Tribunale: il carcere. Un luogo in cui il “degrado” (che il Nuovo De Mauro definisce, semplicemente, come deterioramento e decadimento)riguarda non soltanto muri e soffitti, ma la dignità di chi ci vive e ci lavora. Vale la pena ricordarlo, visto che nel dibattito pubblico questa parola viene ormai usata quasi solo come etichetta per immigrazione, marginalità, microcriminalità, più che per descrivere un effettivo deterioramento delle condizioni materiali e umane.
Ma quello che ci colpisce, oggi, è altro.
Il consigliere provinciale Jürgen Wirth Anderlan ha commentato il crollo definendo l’edificio, in tedesco, un “tempio fascista” che finalmente si sgretola. Il Palazzo di Giustizia, in effetti, appartiene al progetto urbanistico della “Grande Bolzano” voluto dal regime tra il 1939 e il 1942; e proprio di fronte, sull’altro lato della piazza, sorge l’ex Casa del Fascio — oggi sede degli Uffici Finanziari — sul cui frontone campeggia il bassorilievo di Hans Piffrader: trentasei metri di travertino con Mussolini a cavallo, rimasti incompleti fino al 1957, quando le ultime tre lastre furono infine montate in occasione di una visita presidenziale, dodici anni dopo la caduta del fascismo.

È un cortocircuito, quello di Anderlan, che merita di essere guardato da vicino. Lo stesso consigliere che esulta per il danneggiamento di un’architettura del Ventennio ha partecipato, un anno fa, a un raduno per la “remigrazione” organizzato a Vienna dalla destra identitaria austro-tedesca — un’idea di espulsione forzata di persone straniere o di origine straniera. A febbraio, però, quando lo stesso tema è arrivato in piazza a Bolzano per iniziativa di un comitato di estrema destra italiana vicino a Caga Clown, Anderlan non ha sfilato al loro fianco: si è detto sostanzialmente d’accordo con l’idea, ma non disposto a marciare sotto il tricolore per un'”Italia italiana”. Il suo bersaglio, insomma, non è il nazionalismo in sé, ma solo quello di marca italiana — lo stesso che innervò la costruzione di quella piazza e di quel bassorilievo. Chi ha visto “Südtirock”, il documentario sui generis di Jadel Andreetto e Armin Ferrari sulla scena musicale e la storia degli anni Ottanta e Novanta sudtirolese, riconoscerà questo stesso cortocircuito: da queste parti i fascisti sono stati, a fasi alterne, i più strenui accusatori del nazismo, e viceversa — un’ambiguità tutta locale che riaffiora, puntuale, ogni volta che serve.
Non è un episodio isolato. Quando l’associazione di volontariato Bozen Solidale ne aveva chiesto le dimissioni per le dichiarazioni xenofobe, Anderlan non ha risposto nel merito: ha presentato un’interrogazione in Consiglio provinciale per sapere se l’associazione riceva fondi pubblici, un gesto che gli avversari politici hanno bollato come un’intimidazione neanche troppo velata. Pochi mesi dopo ha allargato la rete, chiedendo alla Giunta di rendere pubbliche le eventuali appartenenze dei suoi membri a un lungo elenco di realtà — Bozen Solidale, Antifa Meran, Arcigay Alto Adige, Südtirolo Pride, Omas gegen rechts, persino testate giornalistiche come Salto e Barfuss — in quella che un assessore provinciale ha definito una prova di fedeltà ideologica travestita da richiesta di trasparenza. È lo stesso riflesso che oggi si abbatte su un edificio: prima si individua il nemico simbolico, poi lo si mette agli atti.
Ma il punto non è lui.
Il punto è il modo in cui continuiamo a parlare — o a non parlare — dei luoghi del fascismo.
Negli ultimi anni storici e studiosi come l’architetto e scrittore Gianni Biondillo, le storiche e gli storici Mariana Eugenia Califano, Andrea Di Michele, Hannes Obermair, lo storico dell’arte e saggista Tomaso Montanari, il cantiere culturale Resistenze in Cirenaica (e la Federazione delle Resistenze, tutta), il collettivo Wu Ming e molti altri hanno mostrato, da prospettive diverse, che il problema non è scegliere tra demolire e conservare monumenti ed edifici, ma imparare a contestualizzarli, risemantizzarli, sottrarli alla propaganda che li ha generati.
Bolzano, da questo punto di vista, è uno dei casi più studiati d’Europa. Qui l’architettura del Ventennio non fu soltanto espressione del regime, ma parte integrante del progetto di italianizzazione forzata della provincia. E proprio per questo la risemantizzazione del bassorilievo di Piffrader con una citazione attribuita a Hannah Arendt — *nessuno ha il diritto di obbedire* — installata nel 2017 sopra il motto fascista “credere, obbedire, combattere”, è diventata un caso di riferimento internazionale di public history, richiamato in letteratura come una possibile “via bolzanina” al patrimonio scomodo.
Forse, allora, il vero problema non è il crollo di un edificio.
Il problema è quando gli edifici continuano a parlare con la sola voce del potere che li ha costruiti. O quando vengono ridotti a meme, slogan, simboli identitari — di segno opposto ma di segno unico — dimenticando il progetto politico di cui erano parte.
Nei prossimi giorni proveremo a sviluppare questa riflessione in modo più articolato: architettura e colonialismo interno, memoria pubblica tra “cancel culture” e “conceal culture”, il lavoro di Obermair e Di Michele, la guerriglia odonomastica elaborata da Mariana Eugenia Califano, le pratiche di realtà come RiC, la Federazione delle Resistenze di cui fa parte anche lo Spazio 77 di Bolzano, che cercano di trasformare monumenti e luoghi controversi non in oggetti di venerazione o di odio, ma in occasioni di conoscenza critica.
Perché le pietre, da sole, non parlano.
Siamo noi, ogni volta, a decidere quale storia continueranno a raccontare.
(RiC, Bozen Solidale e Spazio 77)


DE
Heute Morgen, kurz nach sechs Uhr, ist ein Teil des Justizpalastes in Bozen eingestürzt. Ein Viertel des Gebäudes – der Saal des Oberlandesgerichts, zwei Verhandlungssäle und die Kanzleien – stürzte auf den monumentalen Eingangsbereich und die Freitreppe. Durch einen glücklichen Zufall wurde nur eine Person leicht verletzt. Innerhalb weniger Stunden erschienen Hunderte Kommentare, Deutungen und vorschnelle Urteile.
Wir ziehen es vor, etwas zu tun, das immer seltener wird: die Ergebnisse der Ermittlungen abzuwarten – die Staatsanwaltschaft hat bereits ein Verfahren wegen fahrlässigen Einsturzes eingeleitet – und uns in der Zwischenzeit einigen Überlegungen zu widmen.
Wir verfügen nicht über die Kompetenz, Ursachen und Verantwortlichkeiten zu bestimmen. Deshalb beschränken wir uns vorerst auf eine Beobachtung.
In Bozen gibt es seit Jahren ein öffentliches Gebäude, dessen Zustand weitaus alarmierender ist als jener des Gerichts: das Gefängnis. Ein Ort, an dem der „Verfall“ (den das italienische Wörterbuch Nuovo De Mauro schlicht als Verschlechterung und Niedergang definiert) nicht nur Mauern und Decken betrifft, sondern auch die Würde der Menschen, die dort leben und arbeiten. Es lohnt sich, daran zu erinnern, weil dieses Wort in der öffentlichen Debatte inzwischen fast ausschließlich als Etikett für Migration, Marginalität und Kleinkriminalität verwendet wird, anstatt den tatsächlichen materiellen und menschlichen Verfall zu beschreiben.
Doch was uns heute beschäftigt, ist etwas anderes.
Der Landtagsabgeordnete Jürgen Wirth Anderlan kommentierte den Einsturz mit den Worten, das Gebäude sei ein „faschistischer Tempel“, der endlich zerfalle. Tatsächlich gehört der Justizpalast zum städtebaulichen Projekt des „Groß-Bozen“, das zwischen 1939 und 1942 vom faschistischen Regime verwirklicht wurde. Direkt gegenüber, auf der anderen Seite des Platzes, befindet sich das ehemalige Casa del Fascio – heute Sitz der Finanzämter –, an dessen Fassade das monumentale Relief von Hans Piffrader prangt: sechsunddreißig Meter Travertin mit Mussolini zu Pferd. Das Werk blieb bis 1957 unvollendet; erst zwölf Jahre nach dem Ende des Faschismus wurden anlässlich eines Staatsbesuchs die letzten drei Steinplatten angebracht.
Gerade dieser Kurzschluss in Anderlans Argumentation verdient jedoch eine genauere Betrachtung. Derselbe Politiker, der den Schaden an einem Bauwerk aus der Zeit des Faschismus bejubelt, nahm vor einem Jahr an einem von der österreichisch-deutschen Identitären Bewegung in Wien organisierten Treffen zur sogenannten „Remigration“ teil – einem Konzept, das die zwangsweise Ausweisung von Ausländerinnen und Ausländern beziehungsweise Menschen mit Migrationsgeschichte propagiert. Als das Thema im Februar dieses Jahres durch eine Demonstration eines italienischen rechtsextremen Komitees in der Nähe von CasaPound (im Original: „Caga Clown“) auch Bozen erreichte, marschierte Anderlan allerdings nicht an deren Seite. Er erklärte vielmehr, mit der Idee grundsätzlich einverstanden zu sein, wolle aber nicht unter der Trikolore für ein „italienisches Italien“ demonstrieren. Sein Problem ist also nicht der Nationalismus an sich, sondern ausschließlich dessen italienische Variante – eben jener Nationalismus, der den Bau dieses Platzes und jenes Reliefs hervorgebracht hat.
Wer Südtirock gesehen hat – den ungewöhnlichen Dokumentarfilm von Jadel Andreetto und Armin Ferrari über die Musikszene sowie die Geschichte Südtirols in den 1980er- und 1990er-Jahren –, wird diesen Widerspruch wiedererkennen: Hierzulande waren Faschisten zeitweise die lautstärksten Ankläger des Nationalsozialismus – und umgekehrt. Eine lokale Ambivalenz, die immer dann wieder auftaucht, wenn sie politisch nützlich erscheint.
Es handelt sich keineswegs um einen Einzelfall. Als der Verein Bozen Solidale wegen fremdenfeindlicher Aussagen Anderlands seinen Rücktritt forderte, reagierte dieser nicht auf die Vorwürfe, sondern stellte im Landtag eine Anfrage, ob der Verein öffentliche Gelder erhalte – ein Schritt, den politische Gegner als kaum verhüllten Einschüchterungsversuch bezeichneten. Wenige Monate später weitete er diese Strategie aus und verlangte von der Landesregierung Auskunft darüber, ob deren Mitglieder Verbindungen zu einer langen Liste von Organisationen hätten: Bozen Solidale, Antifa Meran, Arcigay Alto Adige, Südtirolo Pride, Omas gegen Rechts und sogar Medien wie Salto oder Barfuss. Ein Landesrat bezeichnete dies als ideologische Loyalitätsprüfung im Gewand einer Transparenzforderung. Es ist derselbe Reflex, der sich heute gegen ein Gebäude richtet: Zuerst wird ein symbolischer Feind konstruiert, dann wird er aktenkundig gemacht.
Doch darum geht es letztlich nicht.
Es geht darum, wie wir über die Orte des Faschismus sprechen – oder eben nicht sprechen.
In den vergangenen Jahren haben Historikerinnen und Historiker sowie Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler wie der Architekt und Schriftsteller Gianni Biondillo, Mariana Eugenia Califano, Andrea Di Michele, Hannes Obermair, der Kunsthistoriker und Essayist Tomaso Montanari, das Kulturprojekt Resistenze in Cirenaica (und die gesamte Federazione delle Resistenze), das Kollektiv Wu Ming und viele andere aus unterschiedlichen Perspektiven gezeigt, dass die eigentliche Frage nicht darin besteht, Denkmäler und Gebäude entweder abzureißen oder zu erhalten. Entscheidend ist vielmehr, sie zu kontextualisieren, neu zu deuten und sie jener Propaganda zu entziehen, aus der sie hervorgegangen sind.
Bozen gehört in dieser Hinsicht zu den am intensivsten untersuchten Beispielen Europas. Die Architektur des Faschismus war hier nicht bloß Ausdruck des Regimes, sondern integraler Bestandteil des Projekts der gewaltsamen Italianisierung Südtirols. Gerade deshalb ist die Umdeutung des Piffrader-Reliefs durch das 2017 angebrachte Zitat, das Hannah Arendt zugeschrieben wird – „Niemand hat das Recht zu gehorchen“ –, über dem faschistischen Motto „Glauben, gehorchen, kämpfen“ zu einem international beachteten Beispiel der Public History geworden. In der Fachliteratur gilt sie als möglicher „Bozner Weg“ im Umgang mit belastetem Kulturerbe.
Vielleicht ist also nicht der Einsturz eines Gebäudes das eigentliche Problem.
Das Problem entsteht dann, wenn Gebäude weiterhin ausschließlich mit der Stimme jener Macht sprechen, die sie errichtet hat. Oder wenn sie zu Memes, Schlagworten oder identitären Symbolen werden – mit umgekehrtem Vorzeichen, aber derselben eindimensionalen Logik –, während das politische Projekt, dessen Teil sie waren, aus dem Blick gerät.
In den kommenden Tagen möchten wir diese Überlegungen weiter vertiefen: Architektur und innerer Kolonialismus, öffentliche Erinnerung zwischen „Cancel Culture“ und „Conceal Culture“, die Arbeiten von Hannes Obermair und Andrea Di Michele, die von Mariana Eugenia Califano entwickelte odonomastische Guerilla sowie die Praktiken von Initiativen wie Resistenze in Cirenaica, der Federazione delle Resistenze und Spazio 77 in Bozen. Sie alle versuchen, umstrittene Monumente und Orte nicht zu Objekten der Verehrung oder des Hasses zu machen, sondern zu Anlässen kritischer Erkenntnis.
Denn Steine sprechen nicht von selbst.
Wir sind es, die jedes Mal entscheiden, welche Geschichte sie weiter erzählen werden.
(Resistenze in Cirenaica, Bozen Solidale und Spazio 77)