Prima di inaugurare l’anno nuovo e lanciare l’operazione “guastafeste”, vogliamo chiudere il 2024 condividendo un racconto di Gabriele Polsinelli, che ci è stato inviato dopo l’ultimo trekking urbano in Cirenaica in occasione degli Stati Generali della Federazione. Il pezzo, pubblicato originariamente sul blog Suprasaturalanx, ci ha scaldato il cuore. Facciamo quello che facciamo anche per questo…

Quando Filippo aveva riaperto gli occhi l’albero, al contrario del dinosauro di Monterroso, non era riapparso.
Aveva da poco imparato a stimare l’età degli alberi anche senza tagliarne il tronco e contare gli anelli che la corteccia celava; e l’aveva capito subito, che quello lì doveva aver messo radici in quel fazzoletto di terra miracolosamente risparmiato dal cemento che, come una tigna, ricopriva ormai tutta Bologna, parecchi anni prima: era sicuro già lì, quando i Clash avevano suonato a piazza Maggiore, quando Francesco Lorusso era stato ammazzato, quando Guccini, che abitava poco lontano, stava scrivendo La locomotiva.
Cristo, sicuro era già lì, e grande e grosso, non una piantina, ai tempi della guerra e della tipografia clandestina.
Era stato un tipo che aveva l’età di suo nonno (non si ricordava come l’aveva incontrato) a raccontarglielo: quando c’erano i nazisti a Bologna, in quel palazzo attaccato al ponte di via Libia s’era insediato il CUMER, Comando Unico Militare Emilia Romagna, che coordinava le azioni partigiane da Ganaghello giù giù fino a Misano; e al piano terra, dove adesso c’erano due box auto (erano ovunque, a Bologna, i box auto), c’era la stamperia che buttava fuori tutti i manifesti e gli opuscoli che servivano a dire ai bolognesi che c’era qualcuno che s’occupava d’andare a rompere i denti agli amichetti di Hitler e del pelato di Predappio che gli aveva aperto le porte. E va bene, si faceva così in tutte le città occupate; ma i fascisti, la tipografia di Bologna, mica l’avevano trovata mai. Perché… gli veniva da sorridere tutte le volte che ci pensava… perché chi ci lavorava dentro murava e smurava l’ingresso tutte le volte che entrava e usciva: si decideva di stampare qualcosa? Allora nottetempo si buttava giù il muro dietro cui erano nascosti macchinari e inchiostri, si prendeva posto e, un mattone alla volta, si richiudeva il buco e ci si metteva all’opera. Quando s’era finito, si toglievano di nuovo i mattoni, si usciva, si riscostruiva il muro e poi si andava via, a distribuire volantini e a combattere nazisti.
A Filippo, che passava davanti a quel vicolo cieco tutti i giorni per andare a lavorare al Policlinico, era piaciuto scoprire quella storia, ed era convinto che il comune fuori da quei due garage doveva metterci una targa, così chi si trovava da quelle parti poteva conoscerla a sua volta; ma il comune (chissà, forse all’Ufficio Toponomastica nessuno aveva mai sentito parlare della tipografia clandestina, e magari nemmeno del CUMER) non si muoveva: ma per fortuna, un collettivo della Cirenaica lo aveva fatto al posto suo. Erano le stesse persone che andavano in giro a dare nomi di partigiane ai posti che non ce l’avevano, un nome, e ad appiccicare adesivi con scritto “fascista” sotto i cartelli delle strade che erano dedicate… be’, a dei fascisti. Tipo il parco dei vecchietti, a via Vincenzi, che da qualche tempo era diventato Parco Padre Giovanni Brevi; chi era ‘sto padre Giovanni Brevi?, s’era chiesto lui, e alla fine, grazie a uno di quegli adesivi, aveva trovato la risposta: un prete che s’era offerto volontario per seguire gli alpini che, nel ‘41, avevano invaso l’Unione Sovietica insieme alla Wermacht. Incredibile, vero?, che l’Ufficio Toponomastica, su di lui, fosse informatissimo.
Ma insomma, quelle persone della Cirenaica avevano scritto la storia della tipografia, l’avevano stampata su un cartello, e avevano deciso che l’avrebbero appeso ad un albero là vicino al ponte di via Libia; e Filippo aveva promesso che ci sarebbe andato, quando l’avessero fatto: peccato che (se n’era accorto giusto qualche giorno prima) nel giro di una notte, quell’albero lì, lo stesso che c’era già quando i Clash avevano suonato a piazza Maggiore, quando Lorusso era stato assassinato, quando Guccini scriveva La locomotiva e quando c’era la tipografia, era sparito, e, al contrario del dinosauro di Monterosso, non era riapparso, nonostante Filippo avesse chiuso gli occhi e li aveva riaperti. E lui s’era detto che era stato uno stupido, a non capire che sarebbe finita così: ogni albero di Bologna era un condannato a morte, ed era un po’ che, in quel vicolo, vedeva brulicare gli operai di un cantiere. Che, si diceva, avrebbe dovuto regalare al quartiere una nuova pista ciclabile: ma vai a sapere, da quelle parti c’era sempre bisogno di nuovi parcheggi…
Ma lui, come per un riflesso condizionato, tutte le mattine, mentre andava verso il Policlinico con il cappuccio della felpa tirato su e gli occhiali da sole, alzava la testa e guardava verso la tipografia; lo fece anche quel giorno, naturalmente: ed allora smise di camminare, così di botto che lo studente universitario che lo seguiva in bicicletta quasi lo travolse.
Filippo non sentì le sue bestemmie. Non sentì nulla, in effetti, tranne la sua stessa voce che, quasi contro la sua volontà, diceva: “Ma chi cazzo è che ha ricostruito l’albero stanotte?”.
(Quanto narrato in questo post NON è ispirato a fatti veramente accaduti; infatti, quanto narrato in questo post È realmente accaduto. In quel vicolo, temo senza nome, nei pressi del ponte di Viale Libia, a Bologna, si trovava effettivamente il CUMER, e la sua tipografia clandestina operava secondo le metodologie qui descritte, come ho scoperto lo scorso 16 novembre durante il trekking urbano organizzato da Resistenze in Cirenaica, il collettivo che svolge la meritoria azione di “guerriglia odonomastica” cui ho accennato in queste righe, e che effettivamente avrebbe voluto celebrare quella bella storia di Resistenza apponendo una targa su un grande albero che, purtroppo, è caduto vittima di uno dei molti cantieri che punteggiano la città: l’unico elemento che non corrisponde a verità è che quell’albero non è ricomparso nel corso di una notte... Non ancora, almeno.)
3 risposte a “Quando Filippo aveva riaperto gli occhi”
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Grazie ragazzi per il reblog, ed anche per tutto il resto che fate.
(Adoro il tag clash in piazza maggiore 🙂 ).
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Scusate, mi rendo conto solo ora della correzione automatica del telefono: intendevo dire ciao ragazz*!
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[…] AGGIORNAMENTO: il vecchio anno, intanto, si chiude con delle soddisfazioni. […]
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