PAULUS

PAULUS

Chi è quest’europeo dalla barba folta, 

non più giovane ma zaino in spalla, 

non più giovane ma armato di fucile e cartucciera a tracolla, 

che taglia gli altipiani di buon passo 

in quest’angolo di Etiopia, il Goggiam, 

nel maggio dell’anno 1939?

Chi è quest’uomo abbronzato, 

che si rivolge in italiano a due compagni, 

i visi scuriti dal sole ma europei pure loro, 

mentre guida una lunga colonna di uomini neri 

armati di schioppi e bulbi di capelli crespi e bocche serrate?

Di quest’uomo, 

giunto clandestino in Etiopia passando per Egitto e Sudan, 

qualcuno ha appena scritto: 

«Sono cinque mesi che il nostro compagno è in sede. Egli ha ormai preso in mano la direzione militare di tutto quanto c’è di attivo e combattivo laggiù, e si tratta di parecchie decine di migliaia di uomini».

Quest’uomo ha un nome di battaglia. 

Non è il primo, né sarà l’ultimo.

Lo chiamano Paulus,

e i suoi compagni sono Petrus e Johannes.

È la missione detta «dei tre apostoli».

Tre apostoli contro il fascismo, 

che ha invaso l’Etiopia da quattro anni 

e ancora non riesce a domarla per intero e conquistarla.

Tre apostoli, 

freschi reduci della guerra civile spagnola, 

mandati in Africa dall’Internazionale Comunista 

per addestrare la resistenza etiope, 

i guerriglieri Arbegnuoc.

E  sulla loro testa c’è una taglia. 

Ogni giorno, da Addis Abeba occupata, 

la radio trasmette informazioni, bollettini… 

Il controspionaggio ci ha messo un po’ a capirlo, 

perché c’era di che essere increduli: 

ci sono italiani dall’altra parte. 

Italiani? 

No, anti-italiani! Sovversivi, nemici della patria e del duce, 

traditori della razza! 

Spudorati, nel territorio dove addestrano i negri 

a uccidere italiani

stampano persino un giornale in due lingue: La voce degli Abissini.

Prenderli vivi o morti, dice la radio,

ma il fascismo non conosce i loro nomi.

I fascisti di Addis Abeba non sanno 

che Johannes è Anton Ukmar, da Trieste. 

In Spagna era commissario politico della 12a Brigata Garibaldi.

I fascisti di Addis Abeba non sanno 

che Petrus è Bruno Rolla, dalla Spezia. 

In Spagna era sergente del Battaglione Garibaldi.

Ma soprattutto,

i fascisti di Addis Abeba non sanno

che Paulus,  

il capo della spedizione 

l’uomo che cercano oggi in Etiopia 

è lo stesso uomo che ieri li sconfisse 

a Guadalajara.

Comandante del Battaglione Garibaldi.

Da Livorno.

Il suo nome è Ilio Barontini

Ilio marcia di buon passo

tra un orizzonte e l’altro 

e pensa alla guerra di Spagna, 

a quella guerra che il fascismo ha vinto, e pensa 

che dobbiamo fargliela pagare. 

Oggi qui, domani in Italia.

Ilio pensa alla difesa di Madrid, al giorno in cui divenne comandante.

E ha in testa una canzone.

Puente de los Franceses,

Puente de los Franceses,

Puente de los Franceses,

mamita mia, nadie te pasa.

Porqué los milicianos,

porqué los miliacianos,

porqué los milicianos,

mamita mia, qué bien te guardan!

Quando scoppia la seconda guerra mondiale, 

a Mosca decidono che Paulus è più utile in Europa.

Ilio si sposta in Francia, dove ha già trascorso parte del suo esilio 

iniziato nel ’31 con un imbarco per la Corsica. 

A Marsiglia, diventa uno dei capi dei francs tireurs, 

la resistenza urbana antinazista. 

e ha un nuovo nome di battaglia:

lo chiamano Giobbe.

Giobbe,

forse perché ci vuole pazienza, 

quando il giusto soffre senza colpa

e il malvagio gozzoviglia,

anche se il sangue vuole andare alla testa,

non bisogna agire in fretta,

ci vuole pazienza, lunghi appostamenti,

piazzare bombe nei locali e nei bordelli frequentati dalle SS

e al momento giusto

ridurli a brandelli.

E quando una voce chiederà a Giobbe:

««Quando io ponevo le fondamenta del mondo nuovo, tu dov’eri?»

Ilio Barontini risponderà: 

ero in Spagna a combattere il fascismo

ero in Etiopia a combattere il fascismo

ero in Francia a combattere il fascismo

e poi in Italia, perché lì si va a parare

nel Ventre della Bestia si deve tornare

Oggi in Francia, domani in Italia.

Oggi in Francia, domani in Italia.

Oggi in Francia, domani in Italia.

E quel giorno arriva. 

Dopo l’8 settembre del ’43, Ilio valica le Alpi. 

Per l’esperienza fatta coi francs tireurs

gli affidano il compito di organizzare i GAP, Gruppi di Azione Patriottica. 

La sua base di operazioni è a Bologna 

e – manco a dirlo – ha un nuovo nome di battaglia: 

Dario. 

Gira di città in città, organizza attentati, 

a volte i compagni sentono un’esplosione e dicono: 

«Ecco,

ci avverte che è arrivato,

ha messo in funzione l’artiglieria.»

Ieri in Francia, oggi in Italia.

Il 7 novembre del ’44 

Dario è al comando delle operazioni 

nella Battaglia di Porta Lame,

il più grande scontro urbano tra partigiani e nazifascisti, 

il più grande della resistenza europea.

Siamo in tanti, oggi, a Bologna. 

Saremo in duecento partigiani, forse di più, 

tra la base nelle rovine dell’Ospedale Maggiore 

e quella nella palazzina di via del Macello. 

Siamo la 7a Brigata GAP.  

Con noi c’è anche gente della Stella Rossa 

del comandante Lupo, Mario Musolesi, 

scesi dall’Appennino, scampati alle rappresaglie che han distrutto la brigata.

All’alba i tedeschi accerchiano  la palazzina 

e catturano alcune sentinelle. La battaglia comincia poco dopo. 

I tedeschi, affiancati dalle brigate nere, sono millecinquecento 

e hanno fucili, mitragliatrici e artiglieria pesante. 

Sparano anche dai tetti dei palazzi vicini. 

Noi abbiamo armi automatiche, fucili e bombe a mano. 

Dopo cinque o sei ore di attacco, 

con la palazzina praticamente rasa al suolo, 

riusciamo a spostarci e barricarci in un edificio lì accanto.

I tedeschi fanno entrare nel cortile un carro armato 

e urlano al megafono: 

Arren-tètefi! 

Arren-tètefi! 

Arrent-tètefi! 

Noi buttiamo giù un muro 

e usciamo dalla parte del canale, 

lanciando fumogeni per confondere il nemico 

e dividendoci in piccoli gruppi. 

Ci guida il comandante Dario, 

che si è fatto le ossa in Spagna, in Etiopia, in Francia… 

Qualcuno dice che ha addirittura combattuto in Cina 

contro i giapponesi! Ma chissà se è vero… 

Riusciamo persino a evacuare i feriti 

e la battaglia continua, 

le nostre pattuglie sparse convergono sui tedeschi 

e da accerchiati diventiamo gli accerchianti, 

l’assedio si rovescia in un magnifico agguato, 

perché questa è guerriglia, compagni, guerriglia! 

Il comandante Dario lo dice sempre: 

«Ricordatevi: noi siamo i partigiani, non l’esercito». 

Nel tardo pomeriggio arrivano i rinforzi, 

il Distaccamento gappista medicinese. 

Tedeschi e fascisti, colti di sorpresa, scappano 

lasciandosi dietro duecentosedici morti, chissà quanti feriti 

e i veicoli carichi di munizioni.

Noi ce la siamo cavata con dodici caduti.

Dopo la Liberazione, Ilio torna a vivere nella sua Livorno, 

che non vedeva da quand’era partito in esilio. 

Diventa deputato alla Costituente e poi senatore, 

eletto nelle liste del Partito comunista italiano.

Muore il 22 gennaio del ’51,

in un incidente stradale dalle parti di Scandicci.

Ilio era cittadino onorario di Bologna. 

Nel ’52, il Comune ribattezza l’antica via Savena 

che da allora è per tutti

VIA ILIO BARONTINI

Ilio Barontini nasce domani,

28 settembre

centoventicinque anni fa. 

Testo Wu Ming1, musiche Buthan Clan.

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