Pasta balilla

Tripoline, bengasine, assabesi, abissine. Tutte paste dal sicuro sapore littorio con cui celebrare la stagione del colonialismo… Qualche giorno fa la campagna marketing de La Molisana ha scatenato un vespaio in rete che è stato ripreso e raccontato da varie testate giornalistiche, tanto che dal sito del pastificio è sparito il testo incriminato  (ma non il nome di certi tipi di pasta). È stato un errore, ha detto a Repubblica la responsabile del marketing Rossella Ferro: «Non abbiamo alcun intento celebrativo quando parliamo di questi formati storici nati negli anni ’30. E infatti abbiamo appena provveduto a cambiare le schede descrittive dei prodotti». L’errore, sostiene il reparto marketing, sarebbe stato quello di non ricontrollare le schede che, nella loro compilazione, erano state affidate a una agenzia esterna al pastificio. 

Un errore… Certo, tutti possono sbagliare, ma perché si sbaglia così spesso sul colonialismo italiano? E poi, di cosa sanno il sapore littorio e il gusto coloniale? 

Alla base di questa grottesca faccenda possono esserci diversi scenari possibili. 

Il più facile da liquidare è che abbiamo a che fare con un manipolo di nostalgici in vena di violare il principio ecumenico cardine del marketing: non fare incazzare i clienti. L’agenzia, l’art director, il responsabile delle comunicazioni, la dirigenza del pastificio, il grafico e il copywriter che è riuscito a frullare il tutto con il plauso dei vari attori del copione (compresi i responsabili degli acquisti della grande distribuzione) hanno consapevolmente fatto sfoggio di simpatie fasciste e se ne fregano… Su questo c’è poco da dire: bastano un vaffanculo e un boicottaggio. 

Gli altri scenari possibili sono più interessanti. Proviamo a immaginarne uno dei tanti:

Il lavoro del copywriter – chi scrive lo sa bene – non è un lavoro semplice e spesso è ingrato. Il tempo stringe, il cliente è impaziente, l’agenzia per cui lavori ti chiama all’ultimo momento… Devi raccontare una storia avvincente, anche se non lo è, per vendere un prodotto comunissimo. Perché qualcuno dovrebbe scegliere la Molisana e non la pasta della concorrenza? Cosa ha di diverso? Il sapore? La qualità? Non lo sai, sei un copy, non un gourmet. Sapore e qualità sono solo parole chiave generiche e poco efficaci. E allora cosa racconti? Cibo e tradizione funzionano sempre, le cose genuine di una volta, il gusto dei bei tempi andati e tutta quella roba lì…  Qualcuno ha avuto l’idea di ritritare fuori i nomi dei formati di pasta degli anni Trenta… Hanno un suono esotico eppure familiare; aggregante, ecco, sì, aggregante: tripoline, assabesi, africanini, zuarini… e di cosa sapranno? Gli anni Trenta, le colonie… In fondo il colonialismo italiano non era come gli altri, da quelle parti ancora ci rimpiangono… o no? Bando alla ciance, devi trovare il claim, devi pensare alla call to action e buttare giù la descrizione che il mimino di caratteri indispensabile è comunque tanto… Quanti caratteri sono “littorio”? Otto. Ma che vuol dire poi? Otto in meno ecco che vuol dire.

Una delle questioni focali della guerriglia odonomastica portata avanti da RIC nel corso degli anni è che, per quanto cambiare i nomi alle strade che celebrano il colonialismo sia una pratica percorribile e condivisibile, contestualizzare gli odonimi è una pratica decisamente più efficace. Vivere in via Libia, in piazza Gondar, in viale Somalia, ecc. non è come abitare in corso Svezia, in via Zurigo o in piazza Francia. Cosa cambia? Perché una strada si chiama in un modo o in un altro? Aggiungere a un odonimo legato alla stagione del colonialismo e del fascismo una, seppur breve, descrizione come “Luogo di crimini del colonialismo italiano” non solo ha un portato narrativo poderoso, ma è una forma di esorcismo, doloroso, ma necessario e liberatorio. I fantasmi vanno affrontati altrimenti continuano a infestare luoghi e pensieri. L’italiano brava gente è uno degli spettri più insidiosi tra quelli che ammorbano il nostro orizzonte. È difficile da scacciare, non se ne scorge quasi più l’origine, non si percepisce la sua (costante) presenza, ma si insinua limaccioso nelle idee e nei discorsi e a volte può trasformare un’innocua campagna di marketing in una grottesca narrazione dal sapore mefitico.

Il punto non è tanto che un pastificio abbia riesumato i nomi legati a uno dei momenti più oscuri della nostra storia novecentesca, intenzionalmente o meno, il punto è che il colonialismo italiano è una rimozione con cui non abbiamo mai fatto i conti, è un fantasma che ignoriamo e che proprio per questo infesta la nostra coscienza. 

Nei paesi in cui, volenti o nolenti, i conti con gli spettri del passato li hanno fatti e cercano di farli, nessun si sognerebbe mai di concedersi certe imperdonabili leggerezze. Sugli scaffali dei supermercati tedeschi non vedrete mai i crauti Auschwitz né in quelli spagnoli il gazpacho Guernica.

Non sappiamo se alla fine, tra spaghetti e maccheroni, arriveranno le tripoline, gli assabesi, gli africanini, gli zuarini, ecc, ma se lo faranno e qualcuno accanto a voi nella corsia della pasta dovesse metterli nel carrello provate a chiedere: lo sai perché si chiamano così?

Ah, un’ultima cosa… 

Ehi, copy? Lo sai di cosa sanno il sapore littorio e il gusto coloniale? Sanno di sangue innocente versato a ettolitri, di sopraffazione, orrore, ingiustizia, pedofilia, stupro, guerra, sterminio, campi di concentramento, ferocia, follia, paura e morte. Ti sembrano parole chiave efficaci? Che cos’hanno di aggregante? Davvero vuoi associare tutto questo alla pasta? 

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Tiziano Gioiellieri ha detto:

    Scenario verosimile, tanto verosimile che pare voluto. Tolgo il pare, secondo me è voluto, infatti se ne parla, e tanto. Ciao Jadel

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    1. J ha detto:

      Caro Tiziano, è un’ipotesi che mi è stata avanzata da più parti, ma se anche così fosse, il succo del discorso non cambia. Ipotizziamo che il marketing del pastificio abbia deciso di optare per una campagna improntata al “pur che se ne parli” (senza pensare a quella fetta di clientela sensibile all’argomento che li avrebbe abbandonati in favore di concorrenti meno “spregiudicati” o più “neutri”), il presupposto rimane invariato: il colonialismo italiano fa parte del rimosso collettivo e che le schede del prodotto lo descrivano in quel modo ne è la prova, sempre che non sia voluto, ecc.

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